Cybersquatting e protezione della propria identità in rete

Leggo da Visionpost un interessante articolo che riporta i dati della WIPO per le controversie ricevute in tema di riassegnazione di nomi a dominio per i marchi registrati: nel 2007, infatti, ammonterebbero a 2156. La WIPO, agenzia specializzata facente capo all’ONU con il compito di presiedere ai trrattati internazionali di materia di proprietà intellettuale e di promuovere la protezione delle opere di ingegno ha infatti, tra gli altri compiti, la facoltà di dirimere controversie in materia di nomi a dominio attraverso una procedura arbitrale.

La maggior parte delle procedure di questo genere servono a tutelare un nome o marchio, indebitamente utilizzato da chi non ne ha diritto nella url di un nome a dominio. In molti casi si tratta di una concorrenza parassitaria: si sfruttano gli errori di battitura nella digitazione della url che evoca un marchio noto (es. ‘mocrosoft’ invece che ‘microsoft’) per aumentare gli accessi al sito. Diversa ipotesi è invece quella del phishing dove la tecnica utilizzata non è (più) quella della clonazione del nome a dominio ma della clonazione dell’intero template del sito ufficiale (notissimi sono i casi relativi al sito delle Poste italiane e di banche) a cui si accede, generalmente, cliccando attraverso link inviati via email e in cui la finalità principale è quella di rubare attraverso l’inganno i dati dei conti correnti degli utenti ignari.

Oltre i marchi o i template dei siti anche i nicknames possono essere oggetto di appropriazioni illegittime. Pensiamo al nome o allo pseudonimo o al logo o immagine con il quale siamo conosciuti in rete attraverso il blog, tumblr, social network o altro. Molte volte simboli o pseudonimi raggiungono una forte notorietà e potere identificativo nei confronti di una persona. Ma se in certi casi, come per la davopalla di Daveblog o al logo azzurro di Personalitàconfusa, i simboli sono così tipici da rendere intenzionale e fraudolenta ogni appropriazione, in altri casi in cui nick o simboli sono più ordinari, l’appopriazione può invece avvenire in buona fede. La transnazionalità di internet e la continua nascita (e diffusione) di nuove applicazioni social rendono difficile la protezione del proprio nick. Per avere la massima tutela ed evitare che qualcuno usi il nostro pseudonimo sarebbe opportuno registrarsi su ogni servizio solo a fini di profilassi, anche se non si intende utilizzarlo. Facile a dirsi.

Ma ci sono casi in cui l’identità online ha un valore monetario oltre che di reputazione, come il caso dei giocatori di Everquest che tentarono di vendere su Ebay il proprio username.

In Italia abbiamo recentemente avuto una sentenza della Cassazione in relazione alla registrazione di un indirizzo email con il nome di una persona diversa dall’utilizzatore e la condanna è stata per sostituzione di persona. Ho già parlato all’epoca dei problemi posti dalla tutelabilità del nick, soprattutto in merito ai requisiti di aquisita notorietà dello stesso e univoca capacità identificativa della singola persona e alla eventuale difficoltà di riuscire a dimostrarne la sussistenza in un tribunale in assenza di criteri di analisi condivisi.

Che fare, dunque, se si è deciso di chiamarsi Pinco Pallino anziche Yagawagasuttr e qualcuno ha già registrato il nostro nome sull’ultimo Social network di grido? La soluzione migliore rimane sempre rendere noto il nostro nick di ripiego sul blog o sullo spazio che ci identifica di più.

E sperare di essere più veloci degli altri, la prossima volta ;)

2 Risposte

  1. Ciao Elvi,
    capisco che questa è la soluzione. Ma il principio della “pistola più veloce” non è che mi faccia impazzire. Se non ricordo male (caso Armani?) non vale per il marchio, perché le persone dovrebbero valere meno di un marchio?
    :-)

  2. Prius in tempore potior in iure: e in effetti Marcè, se ti sparano prima che tu abbia tirato la pistola dalla fondina, muori. Ergo il principio è generale ;)
    Vale pure per il marchio, anche se nel caso del marchio notorio c’è una eccezione.
    Non sono valori umani contro valori commerciali però, e infatti, mentre il marchio deve essere registrato e pagato, Giulietta diceva alla sera pensando a Romeo “What’s in a name? That which we call a rose by any other name would smell as sweet. So Romeo would”.
    E’ vero o no;)?

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: