Legge 2.0

Oggi è il 13 novembre: è una bellissima giornata autunnale, siamo sotto il segno dello scorpione, è il compleanno di un mio carissimo amico (auguri Mikè!) e, sempre oggi, esce in libreria il libro che ho pubblicato per l’editore Apogeo, “Legge 2.0, il Web tra legislazione e giurisprudenza“. Gli auspici sono, quindi, i migliori :).

Dal sito di Apogeonline potete consultare l’indice e l’introduzione, ed acquistarlo con il 15% di sconto. Il testo è in catalogo anche sulle principali librerie online.

Si tratta del mio primo libro, ed è stato scritto per venire incontro al normale utente della rete che non è un giurista o un esperto legale e che si chiede come interpretare gli interventi del legislatore o gli orientamenti della giurisprudenza per tutto quello che riguarda il web. Molte delle problematiche affrontate nascono dalla mia esperienza di insegnamento nei master e nei convegni a cui ho partecipato come relatore e dalle discussioni che sono derivate dai post pubblicati in questo blog (attraverso i commenti e le email che ricevo) e dagli articoli che scrivo per Apogeonline: i non giuristi sono la maggioranza delle persone che abitano la rete e, quindi, i soggetti maggiormente bisognosi di avere informazioni accessibili e chiare in questo campo. 

Come si legge dalla scheda:

I problemi giuridici collegati a blog, wiki e podcast e più in generale ai vari sistemi di content management del Web 2.0 (Facebook, YouTube, Flickr ecc.), universi virtuali compresi (Second Life), sono molti, e spesso non evidenti o male interpretati. Questo testo li analizza, affiancandoli a suggerimenti per comunicare e operare in Rete nel rispetto di leggi e normative. L’approccio è divulgativo e pratico. Molta attenzione è dedicata al tema del diritto d’autore e della proprietà intellettuale: oggi più che mai in Rete fenomeni come la violazione del copyright e il plagio si manifestano in una maniera tale da rendere difficile l’azione sia degli organi di controllo come la SIAE, sia delle istituzioni che hanno il compito di interpretare e quindi sanzionare queste violazioni. Ma oltre a questo altri aspetti meritano e necessitano attenzione: la libertà di espressione, il diritto nei mondi metaforici, la tutela dei dati personali, le responsabilità dei fornitori di servizi Internet. A ognuno di questi temi è dedicato un capitolo di questo libro pensato e scritto per affrontare da un un punto di vista legale la comunicazione ai tempi del Web 2.0.

Gli argomenti trattati sono, in breve:

  • La proprietà intellettuale e il diritto d’autore in Internet
  • Il file sharing e la tutela dei diritti d’autore
  • La SIAE e i contenuti digitali
  • Il valore giuridico delle licenze Creative Commons
  • Responsabilità e diritti dei soggetti che erogano servizi web
  • La libertà di espressione in Rete
  • Il diritto in Second Life e nei mondi metaforici
  • La tutela della privacy e dei dati personali in Rete
  • Il testo è aggiornato fino al 3 ottobre scorso, tra gli argomenti trattati c’è anche il recente caso che ha riguardato il sequestro di Piratebay, sul quale ho scritto recentemente anche un articolo per Apogeonline. Ogni argomento, infatti, è accompagnato da un’analisi giuridica delle norme rilevanti e dalle pronunce giurisprudenziali in merito o dall’analisi di casi di cronaca, non arrivati quindi di fronte ad un giudice, ma comunque ritenuti rilevanti per esaminare le problematiche aperte e i punti critici dell’ordinamento italiano nel settore delle nuove tecnologie. 
    Il testo è, infatti, focalizzato sulla legislazione del nostro paese e dell’Unione Europea e sono evidenziate, ove rilevanti, le differenze con l’ordinamento giuridico statunitense, principale esportatore di applicazioni web e piattaforme di publishing e per questo motivo anche leader (nostro malgrado) nell’esportazione di prassi giuridiche.  L’intenzione è quella di ricostruire quello che ho imparato dall’esperienza di utente, in primo luogo, cercando di pormi nell’ottica dell’analisi dei punti di conflitto giuridico con le nuove tecnologie che si diffondono con estrema rapidità e di individuare, da giurista, quali sono le risposte che il nostro sistema giuridico è stato, sinora, in grado di dare. La speranza è quella di essere riuscita a venire incontro al lettore, di averne avuto rispetto e di avere reso giustizia a tutte le domande che mi sono state fatte e che mi sono posta e di essere riuscita a divulgare una materia ostica anche per i tecnici del diritto. La rete è viva, è una comunità dinamica ed in continuo movimento, così come la società e la legge ne è espressione. Spero, con molta umiltà, che questo testo possa essere una risorsa per chi cerca informazioni ed un timido punto di partenza per ulteriori discussioni perché la consapevolezza di quali sono i diritti ed i doveri è la base di ogni dialettica, e lo scopo della dialettica è migliorare e cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.
    L’ultima parola, come sempre, spetta alla gente: a voi, a noi.

    Segnalazione di servizio

    Domani mattina sarò ospite, insieme a Marco Montemagno, della trasmissione L’Italia che verrà su Odeon, in onda alle 12.55.

    Parleremo di sicurezza e privacy a partire dal caso che ha visto coinvolta l’Agenzia delle Entrate e la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi degli italiani.

    Per chi vuole e può, quindi, ci vediamo la :).

    Dichiarazioni dei redditi online, il Garante: stop anche agli utenti

    Dopo tante polemiche finalmente è arrivato il parere ufficiale del Garante per la protezione dei dati personali in merito all’iniziativa dell’Agenzia delle entrate la quale ha reso accessibili via internet, sebbene per poche ore, tutti i dati riguardanti le dichiarazioni dei redditi degli italiani per l’anno 2005 comprensive dei nominativi dei contribuenti.

    In sintesi, le motivazioni per cui il Garante ha ritenuto illegittima l’attività posta in essere dall’Agenzia delle entrate sono:

    a) carenza di potere: al direttore dell’Agenzia delle entrate non spetta la competenza di decidere la modalità di diffusione dei dati, che è invece riservata al Legislatore;

    b) mancanza di proporzionalità nel trattamento dei dati: nelle parole del Garante, infatti

    L’uso di uno strumento come Internet rende indispensabili rigorose garanzie a tutela dei cittadini. L’immissione in rete generalizzata e non protetta dei dati di tutti i contribuenti italiani (non sono stati previsti “filtri” per la consultazione on line) da parte dell’Agenzia delle entrate ha comportato una serie di conseguenze: la centralizzazione della consultazione a livello nazionale ha consentito, in poche ore, a numerosissimi utenti, non solo in Italia ma in ogni parte del mondo, di accedere a innumerevoli dati, di estrarne copia, di formare archivi, modificare ed elaborare i dati stessi, di creare liste di profilazione e immettere ulteriormente dati in circolazione, ponendo a rischio la loro stessa esattezza. Tale modalità ha, inoltre, dilatato senza limiti il periodo di conoscibilità di dati che la legge stabilisce invece in un anno.

    c) mancata richiesta di parere preventivo al Garante;

    d) la mancata informativa ai contribuenti sulla modalità di diffusione dei dati, invece, viene anticipata in questo provvedimento ma sarà oggetto di una decisione ad hoc.

    Il contenuto del provvedimento non giunge inaspettato, come ho scritto infatti per Apogeo qualche giorno fa proprio in merito alla vicenda in questione, i criteri adottati dal Garante per situazioni di questo tipo si basano sulla verifica dell’effettiva necessità del trattamento (esistenza di una norma di legge che imponga la pubblicazione dei dati su Internet) e proprozionalità del trattamento (mantenimento online dei dati per il solo tempo strettamente necessario al trattamento nonché accorgimenti tecnici per evitare indicizzazione e memorizzazione nella cache da parte dei motori di ricerca al fine di garantire il diritto all’oblio).

    Quello che stupisce nel contenuto del provvedimento è l’ulteriore divieto posto ai soggetti che hanno scaricato i dati e ai mezzi di informazione. Si legge nel provvedimento, infatti, che:

    L’Autorità ha altresì specificato che va ritenuta illecita anche l’eventuale ulteriore diffusione dei dati dei contribuenti da parte di chiunque li abbia acquisiti, anche indirettamente, dal sito Internet dell’Agenzia. Tale ulteriore diffusione può esporre a conseguenze di carattere civile e penale.

    Resta fermo il diritto-dovere dei mezzi di informazione di rendere noti i dati delle posizioni di persone che, per il ruolo svolto, sono o possono essere di sicuro interesse pubblico, purché tali dati vengano estratti secondo le modalità attualmente previste dalla legge.

    Come è noto, la modalità di accesso ai dati prescelta dai tecnici dell’Agenzia delle entrate imponeva all’utente di scaricare un file zip sul proprio hard disk. Solo in questo modo si poteva accedere agli elenchi. E’ proprio per questo motivo, per la sfortunata scelta di imporre il salvataggio dei dati per permetterne la visualizzazione, cioè, che essi sono stati salvati e, di conseguenza, potevano potenzialmente essere diffusi.

    Una modalità tecnica di consultazione direttamente online senza il bisogno di scaricare alcunché avrebbe certo limitato il danno a cui stiamo assistendo. Senno di poi, comunque.

    I file originali dell’Agenzia delle entrate, in ogni modo, sono dei semplici file di testo non dotati di firma elettronica nè semplice nè qualificata. In poche parole, chiunque poteva adulterarli. La domanda, quindi, è: se anche un solo nome o un solo reddito è stato adulterato, si tratta ancora di uno dei file che cade nel divieto di diffusione?

    Sui sistemi di file sharing circolano anche molti fake (tra i classici: la dichiarazione dei redditi di Nazareth e quella dei primi 100 bloggers in classifica su Blogbabel), non tutti palesemente tali.

    Da notare che le date di salvataggio dei file non sono indicative dell’autenticità degli stessi: lo stesso ministro Visco aveva dichiarato che i file erano pronti da gennaio ma alcuni tra i file scaricati direttamente dal sito dell’Agenzia le date di salvataggio erano posteriori.

    Cosa dovrebbero fare le procure, nell’ipotesi in cui volessero effettivamente bloccare la diffusione dei file nei circuiti peer to peer? Analizzare forensicamente gli hash dei file originali dell’Agenzia e paragonarli a quelli in circolo, e in caso di matching risalire agli ip di chi li sta condividendo. Ma ciò non basterebbe, perchè se anche il file è stato semplicemente rinominato, o modificato o cancellato un solo dato (lasciando così potenzialmente immutata l’offensività del resto del contenuti del file) l’hash cambia e tale controllo non è più possibile. E andrebbe rifatto manualmente confrontando i contenuti dei file. Non impossibile, ma un lavoraccio.

    Posto che l’avviso del Garante ha l’ovvio e giustificato fine di limitare gli effetti deleteri di un danno ormai fatto a cui neppure un risarcimento forfetario può dare riparo (e i tempi non sono comunque maturi: gli effetti, specie individuali, potrebbero verificarsi in futuro) e consistente – soprattutto – nella diffusione di dati aggregati ordinati per comuni, rimane anche il problema dell’attività dei mezzi di informazione.

    E’ o non è coperto dal diritto di cronaca rendere noti quali file stanno ormai circolando e in che forma?

    E se si, può il provvedimento del Garante prevalere su tale diritto?

    In sintesi, l’illegittimità dell’attività dell’Agenzia delle entrate assume, con il mezzo telematico, una valenza duplice. Da un lato, infatti, ha propagato a macchia d’olio i file rendendo di fatto il fenomeno inarginabile. Dall’altro ha propagato a macchia d’olio l’illegittimità stessa, coinvolgendo nello stato soggettivo di esposizione a conseguenze di legge anche chi quei file li ha scaricati e che, per stare completamente al sicuro e non rispondere eventualmente per omissione di controllo, dovrebbe procedere a cancellarli. Un pò, se mi si consente la metafora e la si prende per quello che è (e cioè solo una metafora narrativa e non una equiparazione fra due diversi istituti giuridici), come i falsari che distribuiscono banconote false e coinvolgono nel reato anche le persone che si trovano loro malgrado e incolpevolmente a maneggiare il denaro falso. Catene inconsapevoli di una circolazione illegale e soggetti responsabili dal momento in cui sono coscienti della falsità della banconota e la mantengono in circolo.

    Di certo quello che è successo è un memento importante che dovrà essere oggetto di studio tecnologico e giuridico e ben ponderato per evitare in futuro che l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dello Stato porti a situazioni imbarazzanti come quella che è accaduta.

    Remixate i Radiohead, e leggete oltre le clausole

    Dal blog di Mantellini mi giunge la notizia che i Radiohead hanno reso disponibili parti del brano “Nude” scaricabili a pagamento e remixabili dagli utenti. Si tratta di cinque elementi: basso, batteria, voce, chitarra, string fx. E si tratta di un nuovo modello di business.

    Ogni singolo elemento, infatti, viene 99 centesimi da Itunes Store. Gli acquirenti possono usarli per fare un remix che verrà caricato sul sito. Anche se non si tratta di un concorso a premi, ogni singolo remix può essere votato e salire nei posti in classifica. In sintesi si paga per fare i remix, e poi si cedono i diritti d’autore sugli stessi.

    Dai termini d’uso del servizio leggo, infatti, che le parti possono essere usate solo e unicamente per realizzare i remix caricati (“the Entrant will not use any other elements or parts of the Song (“Stems”) otherwise than to create Remixes of the Song for entry into radioheadremix.com“) e che l’autore dei remix non può vantare diritti in merito alle canzoni remixate (” the Entrant will not acquire a copyright interest in the Song by virtue of creating Remixes of the Song“) e che i Radiohead e la casa discografica saranno i soli titolari dei diritti morali anche per i remix (“Thom Yorke, Jonny Greenwood, Colin Greenwood, Ed O’Brien and Phil Selway will be registered and credited as the sole writers and WCM the publishers of the Remixes of the Song created by the Entrant“) e che l’autore dei remix non sfrutterà o lascerà che altri sfruttino i remix creati senza ricevere il reventivo consenso scritto della Warner/Chappell Music Ltd e di _Xurbia _Xendless Ltd (“the Entrant will not exploit, or allow others to exploit, the Remixes of the Song created by the Entrant without seeking the prior approval of WCM and Xurbia“).

    Detto questo, è però vero che ogni remix riporta il nome dell’autore e il link al relativo sito (con la conseguenza che il diritto morale alla paternità del remix è, di fatto, riconosciuto).

    Ed è vero anche che gli autori dei remix si stanno misurando nella creazione di veri e propri capolavori. Alcuni dal punto di vista musicale, altri nell’usare questa opportunità come un formidabile mezzo di espressione e di creazione di user generated content. Ad esempio il pezzo di HipsterRunoff che esordisce esprimendo il proprio stupore per questa operazione dei Radiohead (“my girlfriend and I have matching Kid-A tattoes“) e racconta di come l’industria musicale abbia oltrepassato ogni limite dai Metallica a Napster e alla crescita di Limewire, Bearshare, Pirate Bay. E lo trovo bello. Sia il remix che l’uso fattone. Quindi appoggio in pieno questa iniziativa e la creatività che sta generando.

    In ogni modo, in qualità di studiosa delle nuove tecnologie e delle relative problematiche giuridiche (disclaimer necessario che motiva sia il perché delle mie ricerche sia il perchè della loro divulgazione ;)), segnalo che, alla fine, i remix possono essere direttamente scaricati dal sito controllando il codice della pagina. E’ così semplice che non mi metto nemmeno a rivelare come ma non serve fare hacking: i dati sono in chiaro.

    E penso alla clausola dei termini d’uso che vieta all’autore dei remix di permettere che “altri” li sfruttino senza un permesso scritto, chiedendomi se la divulgazione dei remix al di fuori del sito ufficiale rientri nel concetto di “exploit”, e cioè di “sfruttamento”. Poichè i diritti concessi sulle parti del brano sono utilizzabili per il solo scopo di caricare i relativi remix sul sito, sembrerebbe di no.

    Ne consegue che prima di scrivere contratti che pongono divieti, bisognerebbe adeguatamente controllare che le piattaforme tecnologiche da cui si eroga il servizio non abbiano falle tali che ne frustrino lo scopo e rendano impossibile attribuire eventuali violazioni a chi aderisce in buona fede ai termini del contratto ed è l’unico, rispetto alla collettività, formalmente obbligato.

    Cybersquatting e protezione della propria identità in rete

    Leggo da Visionpost un interessante articolo che riporta i dati della WIPO per le controversie ricevute in tema di riassegnazione di nomi a dominio per i marchi registrati: nel 2007, infatti, ammonterebbero a 2156. La WIPO, agenzia specializzata facente capo all’ONU con il compito di presiedere ai trrattati internazionali di materia di proprietà intellettuale e di promuovere la protezione delle opere di ingegno ha infatti, tra gli altri compiti, la facoltà di dirimere controversie in materia di nomi a dominio attraverso una procedura arbitrale.

    La maggior parte delle procedure di questo genere servono a tutelare un nome o marchio, indebitamente utilizzato da chi non ne ha diritto nella url di un nome a dominio. In molti casi si tratta di una concorrenza parassitaria: si sfruttano gli errori di battitura nella digitazione della url che evoca un marchio noto (es. ‘mocrosoft’ invece che ‘microsoft’) per aumentare gli accessi al sito. Diversa ipotesi è invece quella del phishing dove la tecnica utilizzata non è (più) quella della clonazione del nome a dominio ma della clonazione dell’intero template del sito ufficiale (notissimi sono i casi relativi al sito delle Poste italiane e di banche) a cui si accede, generalmente, cliccando attraverso link inviati via email e in cui la finalità principale è quella di rubare attraverso l’inganno i dati dei conti correnti degli utenti ignari.

    Oltre i marchi o i template dei siti anche i nicknames possono essere oggetto di appropriazioni illegittime. Pensiamo al nome o allo pseudonimo o al logo o immagine con il quale siamo conosciuti in rete attraverso il blog, tumblr, social network o altro. Molte volte simboli o pseudonimi raggiungono una forte notorietà e potere identificativo nei confronti di una persona. Ma se in certi casi, come per la davopalla di Daveblog o al logo azzurro di Personalitàconfusa, i simboli sono così tipici da rendere intenzionale e fraudolenta ogni appropriazione, in altri casi in cui nick o simboli sono più ordinari, l’appopriazione può invece avvenire in buona fede. La transnazionalità di internet e la continua nascita (e diffusione) di nuove applicazioni social rendono difficile la protezione del proprio nick. Per avere la massima tutela ed evitare che qualcuno usi il nostro pseudonimo sarebbe opportuno registrarsi su ogni servizio solo a fini di profilassi, anche se non si intende utilizzarlo. Facile a dirsi.

    Ma ci sono casi in cui l’identità online ha un valore monetario oltre che di reputazione, come il caso dei giocatori di Everquest che tentarono di vendere su Ebay il proprio username.

    In Italia abbiamo recentemente avuto una sentenza della Cassazione in relazione alla registrazione di un indirizzo email con il nome di una persona diversa dall’utilizzatore e la condanna è stata per sostituzione di persona. Ho già parlato all’epoca dei problemi posti dalla tutelabilità del nick, soprattutto in merito ai requisiti di aquisita notorietà dello stesso e univoca capacità identificativa della singola persona e alla eventuale difficoltà di riuscire a dimostrarne la sussistenza in un tribunale in assenza di criteri di analisi condivisi.

    Che fare, dunque, se si è deciso di chiamarsi Pinco Pallino anziche Yagawagasuttr e qualcuno ha già registrato il nostro nome sull’ultimo Social network di grido? La soluzione migliore rimane sempre rendere noto il nostro nick di ripiego sul blog o sullo spazio che ci identifica di più.

    E sperare di essere più veloci degli altri, la prossima volta ;)

    “I am PD”, la politica su web e il diritto d’autore

    Oramai è noto che la campagna americana delle presidenziali sta facendo da trend-setter anche da noi. Dopo la clonazione dello slogan obamiano appaiono anche da noi musiche e video virali veicolati su Youtube.

    Ed è un bene. Non perché qui si caldeggi la spettacolarizzazione della politica, ma perchè è evidente che il “nuovo” linguaggio è pensato per un nuovo medium, internet, e bene o male l’importante è iniziare ad usarlo. Anche se, all’inizio, questo significa copiare le dinamiche da altri che l’hanno fatto per primi. La notizia delle rivendicazioni da parte dei legali dei Village People nei confronti dei ragazzi del circolo 02Pd è un segno dei tempi sotto molteplici aspetti, non solo del recepimento anche nel nostro paese della necessità di una campagna elettorale partita dal basso e caratterizzata dall’utilizzazione di strumenti del web 2.0, ma anche del le problematiche legali collegate a tali utilizzazioni, il diritto d’autore in particolare.

    Nel caso del video fatto dai ragazzi del circolo del PD, infatti, è stata utilizzata la base musicale di YMCA dei Village People per fare un video con il testo in karaoke intitolato “I am PD”. La realizzazione è avvenuta a basso budget e dall’idea dei ragazzi del circolo ma, evidentemente, il fatto che YMCA sia oramai un evergreen deve avere portato, nella più completa buona fede, all’idea che la canzone potesse essere utilizzabile, modificabile, e che il risultato potesse essere diffuso in rete senza violare alcunché. Come fa la stragrande maggioranza degli utenti di Youtube e della Rete in generale.

    La verità, invece, è che per una tale operazione, bisognava ottenere i diritti per modificare il testo ed utilizzare la base musicale. Specie quando la diffusione è ampia e la visibilità tanta: aumenta il rischio di cadere sotto la scure dei controlli. Il video risulta, attualmente, non rimosso ma ad accesso riservato. Segno che la diffida a rimuovere il video non è stata inviata a Youtube (la quale nei casi di violazione di copyright sospende l’account utente o, comunque, rimuove il video) con un cease and desist basato sul DMCA americano, ma direttamente agli interessati, come affermano in questo post, attraverso “la concessionaria italiana”.

    Il diritto d’autore su internet è stato, sinora, la croce dei soli utenti che bene o male provano a utilizzare le piattaforme di publishing tipo i blog e che si devono guardare da utilizzare contenuti altrui, siano essi musiche o immagini o altro. La considerazione più ovvia è che se un file è su internet si può usare come ci pare e piace. Ebbene, non è così, e alcuni sono costretti ad impararlo a proprie spese.

    Per adesso il caso è circosritto a dei ragazzi in buona fede che hanno creato il video da soli, ma l’ingresso di soggetti “istituzionali” specie politici nei circuiti del web ha, sotto questo aspetto, certamente un risvolto positivo: se faranno errori nel senso di non rispettare i diritti sulle opere tutelate, il dibattito sulla libertà di espressione in rete avrà maggiore rilevanza e, chissà, forse anche in sede legislativa si riusciranno ad evidenziare anacronismi e storture.

    Sempre per tornare all’inventore del meme politico-elettorale, già un anno fa su questo blog parlavamo dell’apertura di Obama nei confronti del diritto d’autore con la sua richiesta di rilasciare sotto licenza Creative Commons i video dei dibattiti presidenziali del partito democratico. Uno dei tanti segni della lungimiranza del candidato, che aveva all’epoca sottolineato l’importanza di internet come strumento di democrazia partecipativa, e che ben si trasfonde nel video di  “Yes we can”, basato interamente sulle parole di Obama pronunciate nel New Hampshire. E’ vero, Obama ha avuto gioco facile perché addirittura Will.i.am ha musicato il discorso e prodotto il video utilizzando attori di calibro: il buon risultato era scontato. E’ troppo per ragazzi giovani appartenenti ad un circolo di partito, ma non pretendiamo tanto. Solo che anche i nostri politici abbiano presente che se anche loro iniziano a utilizzare la rete, il diritto d’autore diventa una issue: un problema che, se non pongono rimedio, devono porsi. Esattamente come noi.

    Slashdot effect sul nuovo comma dell’articolo 70

    Leggo da Webgolr che Slashdot ha ripreso l’articolo di ieri di Repubblica:

    “plainwhitetoast recommends an article in La Repubblica.it — in Italian, Google translation here. According to Italian lawyer Andrea Monti, an expert on copyright and Internet law, the new Italian copyright law would authorize users to publish and freely share copyrighted music (p2p included). The new law, already approved by both legislative houses, indeed says that one is allowed to publish freely, through the Internet, free of charge, images and music at low resolution or “degraded,” for scientific or educational use, and only when such use is not for profit. As Monti says in the interview, those who wrote it didn’t realize that the word “degraded” is technical, with a very precise meaning, which includes MP3s, which are compressed with an algorithm that ensures a quality loss. The law will be effective after the appropriate decree of the ministry, and will probably have an impact on pending p2p judicial cases”

    Colgo subito il lato ironico della cosa sottolineando che Slashdot ha, per l’occasione, inaugurato una nuova tag: “fortunatemistake” ed ha ignorato la replica di Mazza presente nello stesso articolo. A questo punto l’uscita del decreto ci sta a cuore quasi quanto la salute mentale di Britney Spears: chi sa divulghi. Coraggio, siamo ancora in tempo ad evitare la tag “Ennesimo pasticcio italiano” e “Pizza, copyright and mandolinos”.