Second Law, la legge nei mondi metaforici

Giovedì 11 dicembre alle ore 21 sarò in Second Life ad UnAcademy per fare due chiacchiere sulle questioni giuridiche nel metaverso. L’argomento è estremamente vasto e complesso e nel nostro paese se ne scrive e parla ancora poco. Nel libro che ho appena pubblicato per Apogeo c’è un intero capitolo dedicato specificamente al diritto e Second Life, durante la UnConference farò una breve panoramica delle questioni più rilevanti, si parlerà della differenza fra crimini informatici e crimini virtuali, questioni relative alla proprietà intellettuale e il diritto d’autore, privacy ed altro ancora, con ampio spazio per discutere insieme.

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Legge 2.0

Oggi è il 13 novembre: è una bellissima giornata autunnale, siamo sotto il segno dello scorpione, è il compleanno di un mio carissimo amico (auguri Mikè!) e, sempre oggi, esce in libreria il libro che ho pubblicato per l’editore Apogeo, “Legge 2.0, il Web tra legislazione e giurisprudenza“. Gli auspici sono, quindi, i migliori :).

Dal sito di Apogeonline potete consultare l’indice e l’introduzione, ed acquistarlo con il 15% di sconto. Il testo è in catalogo anche sulle principali librerie online.

Si tratta del mio primo libro, ed è stato scritto per venire incontro al normale utente della rete che non è un giurista o un esperto legale e che si chiede come interpretare gli interventi del legislatore o gli orientamenti della giurisprudenza per tutto quello che riguarda il web. Molte delle problematiche affrontate nascono dalla mia esperienza di insegnamento nei master e nei convegni a cui ho partecipato come relatore e dalle discussioni che sono derivate dai post pubblicati in questo blog (attraverso i commenti e le email che ricevo) e dagli articoli che scrivo per Apogeonline: i non giuristi sono la maggioranza delle persone che abitano la rete e, quindi, i soggetti maggiormente bisognosi di avere informazioni accessibili e chiare in questo campo. 

Come si legge dalla scheda:

I problemi giuridici collegati a blog, wiki e podcast e più in generale ai vari sistemi di content management del Web 2.0 (Facebook, YouTube, Flickr ecc.), universi virtuali compresi (Second Life), sono molti, e spesso non evidenti o male interpretati. Questo testo li analizza, affiancandoli a suggerimenti per comunicare e operare in Rete nel rispetto di leggi e normative. L’approccio è divulgativo e pratico. Molta attenzione è dedicata al tema del diritto d’autore e della proprietà intellettuale: oggi più che mai in Rete fenomeni come la violazione del copyright e il plagio si manifestano in una maniera tale da rendere difficile l’azione sia degli organi di controllo come la SIAE, sia delle istituzioni che hanno il compito di interpretare e quindi sanzionare queste violazioni. Ma oltre a questo altri aspetti meritano e necessitano attenzione: la libertà di espressione, il diritto nei mondi metaforici, la tutela dei dati personali, le responsabilità dei fornitori di servizi Internet. A ognuno di questi temi è dedicato un capitolo di questo libro pensato e scritto per affrontare da un un punto di vista legale la comunicazione ai tempi del Web 2.0.

Gli argomenti trattati sono, in breve:

  • La proprietà intellettuale e il diritto d’autore in Internet
  • Il file sharing e la tutela dei diritti d’autore
  • La SIAE e i contenuti digitali
  • Il valore giuridico delle licenze Creative Commons
  • Responsabilità e diritti dei soggetti che erogano servizi web
  • La libertà di espressione in Rete
  • Il diritto in Second Life e nei mondi metaforici
  • La tutela della privacy e dei dati personali in Rete
  • Il testo è aggiornato fino al 3 ottobre scorso, tra gli argomenti trattati c’è anche il recente caso che ha riguardato il sequestro di Piratebay, sul quale ho scritto recentemente anche un articolo per Apogeonline. Ogni argomento, infatti, è accompagnato da un’analisi giuridica delle norme rilevanti e dalle pronunce giurisprudenziali in merito o dall’analisi di casi di cronaca, non arrivati quindi di fronte ad un giudice, ma comunque ritenuti rilevanti per esaminare le problematiche aperte e i punti critici dell’ordinamento italiano nel settore delle nuove tecnologie. 
    Il testo è, infatti, focalizzato sulla legislazione del nostro paese e dell’Unione Europea e sono evidenziate, ove rilevanti, le differenze con l’ordinamento giuridico statunitense, principale esportatore di applicazioni web e piattaforme di publishing e per questo motivo anche leader (nostro malgrado) nell’esportazione di prassi giuridiche.  L’intenzione è quella di ricostruire quello che ho imparato dall’esperienza di utente, in primo luogo, cercando di pormi nell’ottica dell’analisi dei punti di conflitto giuridico con le nuove tecnologie che si diffondono con estrema rapidità e di individuare, da giurista, quali sono le risposte che il nostro sistema giuridico è stato, sinora, in grado di dare. La speranza è quella di essere riuscita a venire incontro al lettore, di averne avuto rispetto e di avere reso giustizia a tutte le domande che mi sono state fatte e che mi sono posta e di essere riuscita a divulgare una materia ostica anche per i tecnici del diritto. La rete è viva, è una comunità dinamica ed in continuo movimento, così come la società e la legge ne è espressione. Spero, con molta umiltà, che questo testo possa essere una risorsa per chi cerca informazioni ed un timido punto di partenza per ulteriori discussioni perché la consapevolezza di quali sono i diritti ed i doveri è la base di ogni dialettica, e lo scopo della dialettica è migliorare e cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.
    L’ultima parola, come sempre, spetta alla gente: a voi, a noi.

    Segnalazione di servizio

    Domani mattina sarò ospite, insieme a Marco Montemagno, della trasmissione L’Italia che verrà su Odeon, in onda alle 12.55.

    Parleremo di sicurezza e privacy a partire dal caso che ha visto coinvolta l’Agenzia delle Entrate e la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi degli italiani.

    Per chi vuole e può, quindi, ci vediamo la :).

    Dichiarazioni dei redditi online, il Garante: stop anche agli utenti

    Dopo tante polemiche finalmente è arrivato il parere ufficiale del Garante per la protezione dei dati personali in merito all’iniziativa dell’Agenzia delle entrate la quale ha reso accessibili via internet, sebbene per poche ore, tutti i dati riguardanti le dichiarazioni dei redditi degli italiani per l’anno 2005 comprensive dei nominativi dei contribuenti.

    In sintesi, le motivazioni per cui il Garante ha ritenuto illegittima l’attività posta in essere dall’Agenzia delle entrate sono:

    a) carenza di potere: al direttore dell’Agenzia delle entrate non spetta la competenza di decidere la modalità di diffusione dei dati, che è invece riservata al Legislatore;

    b) mancanza di proporzionalità nel trattamento dei dati: nelle parole del Garante, infatti

    L’uso di uno strumento come Internet rende indispensabili rigorose garanzie a tutela dei cittadini. L’immissione in rete generalizzata e non protetta dei dati di tutti i contribuenti italiani (non sono stati previsti “filtri” per la consultazione on line) da parte dell’Agenzia delle entrate ha comportato una serie di conseguenze: la centralizzazione della consultazione a livello nazionale ha consentito, in poche ore, a numerosissimi utenti, non solo in Italia ma in ogni parte del mondo, di accedere a innumerevoli dati, di estrarne copia, di formare archivi, modificare ed elaborare i dati stessi, di creare liste di profilazione e immettere ulteriormente dati in circolazione, ponendo a rischio la loro stessa esattezza. Tale modalità ha, inoltre, dilatato senza limiti il periodo di conoscibilità di dati che la legge stabilisce invece in un anno.

    c) mancata richiesta di parere preventivo al Garante;

    d) la mancata informativa ai contribuenti sulla modalità di diffusione dei dati, invece, viene anticipata in questo provvedimento ma sarà oggetto di una decisione ad hoc.

    Il contenuto del provvedimento non giunge inaspettato, come ho scritto infatti per Apogeo qualche giorno fa proprio in merito alla vicenda in questione, i criteri adottati dal Garante per situazioni di questo tipo si basano sulla verifica dell’effettiva necessità del trattamento (esistenza di una norma di legge che imponga la pubblicazione dei dati su Internet) e proprozionalità del trattamento (mantenimento online dei dati per il solo tempo strettamente necessario al trattamento nonché accorgimenti tecnici per evitare indicizzazione e memorizzazione nella cache da parte dei motori di ricerca al fine di garantire il diritto all’oblio).

    Quello che stupisce nel contenuto del provvedimento è l’ulteriore divieto posto ai soggetti che hanno scaricato i dati e ai mezzi di informazione. Si legge nel provvedimento, infatti, che:

    L’Autorità ha altresì specificato che va ritenuta illecita anche l’eventuale ulteriore diffusione dei dati dei contribuenti da parte di chiunque li abbia acquisiti, anche indirettamente, dal sito Internet dell’Agenzia. Tale ulteriore diffusione può esporre a conseguenze di carattere civile e penale.

    Resta fermo il diritto-dovere dei mezzi di informazione di rendere noti i dati delle posizioni di persone che, per il ruolo svolto, sono o possono essere di sicuro interesse pubblico, purché tali dati vengano estratti secondo le modalità attualmente previste dalla legge.

    Come è noto, la modalità di accesso ai dati prescelta dai tecnici dell’Agenzia delle entrate imponeva all’utente di scaricare un file zip sul proprio hard disk. Solo in questo modo si poteva accedere agli elenchi. E’ proprio per questo motivo, per la sfortunata scelta di imporre il salvataggio dei dati per permetterne la visualizzazione, cioè, che essi sono stati salvati e, di conseguenza, potevano potenzialmente essere diffusi.

    Una modalità tecnica di consultazione direttamente online senza il bisogno di scaricare alcunché avrebbe certo limitato il danno a cui stiamo assistendo. Senno di poi, comunque.

    I file originali dell’Agenzia delle entrate, in ogni modo, sono dei semplici file di testo non dotati di firma elettronica nè semplice nè qualificata. In poche parole, chiunque poteva adulterarli. La domanda, quindi, è: se anche un solo nome o un solo reddito è stato adulterato, si tratta ancora di uno dei file che cade nel divieto di diffusione?

    Sui sistemi di file sharing circolano anche molti fake (tra i classici: la dichiarazione dei redditi di Nazareth e quella dei primi 100 bloggers in classifica su Blogbabel), non tutti palesemente tali.

    Da notare che le date di salvataggio dei file non sono indicative dell’autenticità degli stessi: lo stesso ministro Visco aveva dichiarato che i file erano pronti da gennaio ma alcuni tra i file scaricati direttamente dal sito dell’Agenzia le date di salvataggio erano posteriori.

    Cosa dovrebbero fare le procure, nell’ipotesi in cui volessero effettivamente bloccare la diffusione dei file nei circuiti peer to peer? Analizzare forensicamente gli hash dei file originali dell’Agenzia e paragonarli a quelli in circolo, e in caso di matching risalire agli ip di chi li sta condividendo. Ma ciò non basterebbe, perchè se anche il file è stato semplicemente rinominato, o modificato o cancellato un solo dato (lasciando così potenzialmente immutata l’offensività del resto del contenuti del file) l’hash cambia e tale controllo non è più possibile. E andrebbe rifatto manualmente confrontando i contenuti dei file. Non impossibile, ma un lavoraccio.

    Posto che l’avviso del Garante ha l’ovvio e giustificato fine di limitare gli effetti deleteri di un danno ormai fatto a cui neppure un risarcimento forfetario può dare riparo (e i tempi non sono comunque maturi: gli effetti, specie individuali, potrebbero verificarsi in futuro) e consistente – soprattutto – nella diffusione di dati aggregati ordinati per comuni, rimane anche il problema dell’attività dei mezzi di informazione.

    E’ o non è coperto dal diritto di cronaca rendere noti quali file stanno ormai circolando e in che forma?

    E se si, può il provvedimento del Garante prevalere su tale diritto?

    In sintesi, l’illegittimità dell’attività dell’Agenzia delle entrate assume, con il mezzo telematico, una valenza duplice. Da un lato, infatti, ha propagato a macchia d’olio i file rendendo di fatto il fenomeno inarginabile. Dall’altro ha propagato a macchia d’olio l’illegittimità stessa, coinvolgendo nello stato soggettivo di esposizione a conseguenze di legge anche chi quei file li ha scaricati e che, per stare completamente al sicuro e non rispondere eventualmente per omissione di controllo, dovrebbe procedere a cancellarli. Un pò, se mi si consente la metafora e la si prende per quello che è (e cioè solo una metafora narrativa e non una equiparazione fra due diversi istituti giuridici), come i falsari che distribuiscono banconote false e coinvolgono nel reato anche le persone che si trovano loro malgrado e incolpevolmente a maneggiare il denaro falso. Catene inconsapevoli di una circolazione illegale e soggetti responsabili dal momento in cui sono coscienti della falsità della banconota e la mantengono in circolo.

    Di certo quello che è successo è un memento importante che dovrà essere oggetto di studio tecnologico e giuridico e ben ponderato per evitare in futuro che l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dello Stato porti a situazioni imbarazzanti come quella che è accaduta.

    Anonymous Lawyer e Studi Illegali

    Prima o poi doveva succedere ed adesso il romanzo di Jeremy Blachman, Anonymous Lawyer, appunto, sta per uscire anche in Italia.

    Il libro trae le sue origini da un blog (Anonymouslawyer, appunto) in cui un partner di una grande law firm americana raccontava anonimamente la vita tipica dell’avvocato d’affari: meschinità tra colleghi, l’arte di “billare” le ore di lavoro, il minigolf nell’ufficio, cene in famiglia e incomprensioni con l’anonymous son e il divorzio con l’anonymous wife. Tutto narrato con un aplomb sarcastico, disaffettivo e cinico tale da strappare applausi, far dare ragione a chi risponde “Un buon inizio!” alla domanda “Cosa sono 500 avvocati in bocca ai pescecani?” e spezzare il cuore. Contemporaneamente. Ci abbiamo creduto tutti, fino a che l’autore ha rivelato di essere uno studente di Harvard che aveva iniziato a scrivere il blog in seguito all’esperienza fatta durante la pratica legale e di recruiting che ogni harvardiano è destinato a provare.

    Per me, all’epoca, la delusione è stata tale che ho smesso di seguire il blog. Lo reputavo una specie di eroe negativo (e perciò tremendamente affascinante) dell’epoca contemporanea e la mia sensibilità non ha sopportato il fatto che fosse un personaggio immaginario e che ci ero cascata in pieno. Il libro, però, ha avuto il successo che meritava. L’editore italiano ha messo su blog parallelo all’originale dove stanno apparendo, mano mano, i primi post tradotti.

    Mesi fa ho scoperto Studio Illegale. Un blog bellissimo scritto da un anonymous avvocato d’affari italiano. C’è tutto: ironia, sarcasmo, sudore&lacrime e poesia mascherata da umanità. Da leggere tutto e tutto d’un fiato, compresi gli “illegali” innumerevoli commenti. Duchesne, però, a differenza dell’anonymous americano, sogna. Una vita migliore.

    Questo solo per dire che se anche questa volta succede che sotto l’avvocato si nasconde uno scrittore (cosa che spero perchè è uno scrittore, sebbene avvocato) pretendo di ricevere una copia firmata del libro con una dedica personale che reciti le seguenti (semplici) parole “Scusa, Elvì”.

    In caso contrario, mi vedrò costretta ad adire le vie legali per vedere risarciti i patimenti sofferti dalla eventuale rivelazione, e tutelati i miei diritti di credulo lettore.

    Salvis juribus. Ho detto.

    Slashdot effect sul nuovo comma dell’articolo 70

    Leggo da Webgolr che Slashdot ha ripreso l’articolo di ieri di Repubblica:

    “plainwhitetoast recommends an article in La Repubblica.it — in Italian, Google translation here. According to Italian lawyer Andrea Monti, an expert on copyright and Internet law, the new Italian copyright law would authorize users to publish and freely share copyrighted music (p2p included). The new law, already approved by both legislative houses, indeed says that one is allowed to publish freely, through the Internet, free of charge, images and music at low resolution or “degraded,” for scientific or educational use, and only when such use is not for profit. As Monti says in the interview, those who wrote it didn’t realize that the word “degraded” is technical, with a very precise meaning, which includes MP3s, which are compressed with an algorithm that ensures a quality loss. The law will be effective after the appropriate decree of the ministry, and will probably have an impact on pending p2p judicial cases”

    Colgo subito il lato ironico della cosa sottolineando che Slashdot ha, per l’occasione, inaugurato una nuova tag: “fortunatemistake” ed ha ignorato la replica di Mazza presente nello stesso articolo. A questo punto l’uscita del decreto ci sta a cuore quasi quanto la salute mentale di Britney Spears: chi sa divulghi. Coraggio, siamo ancora in tempo ad evitare la tag “Ennesimo pasticcio italiano” e “Pizza, copyright and mandolinos”.

    Degradazione e didattica: Monti e Mazza su Repubblica e nuove perplessità

    Su Repubblica.it di ieri un articolo di Alessandro Longo con una breve botta e risposta tra Andrea Monti, avvocato e coautore di Spaghetti Hacker ed Enzo Mazza, presidente della FIMI, sul nuovo comma dell’articolo 70 della legge sul diritto d’autore per il quale è libero su Internet l’utilizzo di immagini e musiche, degradate o a bassa risoluzione, a fini didattici o scientifici.

    Riprendo parte dell’intervista a Monti:

    “Chi l’ha scritto non si è reso conto che il termine “degradate” è tecnico, ha un significato ben preciso, che comprende anche gli mp3, a pieno titolo”, dice Monti. Come sanno tutti gli appassionati di musica su internet, infatti, gli mp3 sono una versione degradata (perché compressa) della musica originale. Dipende poi dal livello di compressione mp3 se questa degradazione è più o meno udibile dall’orecchio umano. Di conseguenza, il comma permetterà “di pubblicare mp3 coperti da copyright, senza autorizzazione dai detentori di diritto d’autore: su siti web o anche su server peer to peer, il mezzo non conta”.

    Replica Mazza:

    “La legge non ci preoccupa perché sappiamo già come sarà il decreto che fisserà i paletti. E per uso didattico si intenderanno solo i siti che si occupano ufficialmente di didattica, quindi istituzioni accademiche. Nemmeno i siti personali di professori”.

    Sul nuovo comma l’ottimismo va usato con cautela (o “degradazione”): come ho scritto recentemente per Apogeonline i problemi interpretativi posti dal nuovo comma sono di non poco conto, a partire dall’utilizzazione del termine “immagine”, il cui significato in sè non si riferisce solo a quanto è immagine ab origine (ad esempio un quadro) ma ricomprende tutto ciò che può essere reso immagine (ad esempio una foto di una statua o di un’opera architettonica) e si confonde, quindi, con il concetto di riproduzione.

    Una “svista” anche questa o un’intenzionale estensione del “fair use” per la didattica e la scienza?
    I problemi dei file audio sono proprio quelli che evidenziano Monti e Mazza nell’articolo.

    C’è l’incognita che l’mp3 (certamente rientrante nel concetto di “degradazione” per quello che ne sappiamo adesso, e cioè in attesa del decreto attuativo del comma) può avere un bitrate più o meno basso (la media qualità per la pubblicazione via ftp è di 128) e quindi, presumibilmente, il decreto indicherà sia il formato e la risoluzione delle immagini che il formato e il bitrate dei file audio. Sperando, per questi ultimi, che non si privi di efficacia il disposto del comma riducendo tutto ai midi (il cui livello qualitativo è praticamente quello delle suonerie per cellulari non polifoniche). Il mezzo di utilizzazione può non contare: a condizione che l’utilizzazione dell’opera sia contestualizzata in un ambito didattico o scientifico collegato a quell’opera, niente esclude che si utilizzi il simbolo del male in terra, e cioè un canale peer to peer.
    E c’è l’incognita dell’affermazione di Mazza che sostiene di conoscere già il testo del decreto e che l’applicazione dell’eccezione sarà limitata alle sole istituzioni accademiche riconosciute. Quest’ultima precisazione, qualora fosse vera, avrebbe una portata devastante perché riconoscerebbe solo a tali istituzioni la possibilità di utilizzare le risorse indicate a fini didattici e scientifici. Non si tratterebbe di un allargamento del fair use ma di una restrizione di libertà che prima erano presenti.

    L’articolo 70, dal 1941 ad oggi, non è mai stato limitato alle sole istituzioni accademiche riconosciute. L’eccezione prevista, nel rispetto dell’utilizzazione di sole parti di opere e nel divieto di utilizzazioni commerciali, è valida per chiunque utilizzi opere tutelate a fini di critica, insegnamento, discussione, ricerca scientifica. In poche parole, in assenza di fini commerciali, chiunque può utilizzare nei contesti indicati dall’articolo brani o parti di opere. Di qualunque tipologia esse siano. Proprio Folena in risposta alle numerose critiche immediatamente successive all’emanazione del nuovo comma nel suo blog specificava che:

    “Se ho un blog didattico, un sito scientifico, a norma dell’articolo 70 non posso pubblicare opere coperte da altrui diritto d’autore, per intero. Ad esempio se ho un sito didattico sulla fotografia, non posso pubblicare un’opera di un grande fotografo come H.Newton né un file audio con una canzone di un cantante famoso, per esempio Vasco Rossi. Ma neppure la foto al microscopio di una cellula, se coperta da diritto d’autore.
    Con questa nuova norma, invece, previa definizione dei criteri da parte del ministero (noi avremmo voluto scriverli direttamente nella norma, ma abbiamo accettato una mediazione) questo sarà possibile. Ovviamente a certe condizioni (di qui la minore risoluzione o la degradazione) in modo tale che non si entri in contrasto con l’utilizzazione economica dell’opera stessa“.

    I grassetti sono miei, ma è evidente che nel pensiero di Folena l’eccezione riguarda le finalità dell’uso (didattico, scientifico e non commerciale) e non la qualifica dell’utilizzatore.

    Proprio poichè è giustissimo prevedere che tutto il settore scolastico ed accademico debba godere delle massime tutele ed estensioni delle libertà già presenti, limitare l’eccezione ai soli enti che hanno una qualifica fa apparire la libertà costituzionale di fare didattica e ricerca scientifica, in assenza di concorrenza ai diritti di sfruttamento economico degli autori, una concessione ai soli enti autorizzati anzichè un diritto di tutti.

    Fino a che non vedremo il decreto, comunque, sono tutte supposizioni, ma dopo tante discussioni un pò d’ironia è d’obbligo: se è vero che il testo del decreto già esiste sarebbe bello, a questo punto, che circolasse illegalmente nei circuiti peer to peer prima che nella Gazzetta Ufficiale.
    Più 2.0 di così.