“I am PD”, la politica su web e il diritto d’autore

Oramai è noto che la campagna americana delle presidenziali sta facendo da trend-setter anche da noi. Dopo la clonazione dello slogan obamiano appaiono anche da noi musiche e video virali veicolati su Youtube.

Ed è un bene. Non perché qui si caldeggi la spettacolarizzazione della politica, ma perchè è evidente che il “nuovo” linguaggio è pensato per un nuovo medium, internet, e bene o male l’importante è iniziare ad usarlo. Anche se, all’inizio, questo significa copiare le dinamiche da altri che l’hanno fatto per primi. La notizia delle rivendicazioni da parte dei legali dei Village People nei confronti dei ragazzi del circolo 02Pd è un segno dei tempi sotto molteplici aspetti, non solo del recepimento anche nel nostro paese della necessità di una campagna elettorale partita dal basso e caratterizzata dall’utilizzazione di strumenti del web 2.0, ma anche del le problematiche legali collegate a tali utilizzazioni, il diritto d’autore in particolare.

Nel caso del video fatto dai ragazzi del circolo del PD, infatti, è stata utilizzata la base musicale di YMCA dei Village People per fare un video con il testo in karaoke intitolato “I am PD”. La realizzazione è avvenuta a basso budget e dall’idea dei ragazzi del circolo ma, evidentemente, il fatto che YMCA sia oramai un evergreen deve avere portato, nella più completa buona fede, all’idea che la canzone potesse essere utilizzabile, modificabile, e che il risultato potesse essere diffuso in rete senza violare alcunché. Come fa la stragrande maggioranza degli utenti di Youtube e della Rete in generale.

La verità, invece, è che per una tale operazione, bisognava ottenere i diritti per modificare il testo ed utilizzare la base musicale. Specie quando la diffusione è ampia e la visibilità tanta: aumenta il rischio di cadere sotto la scure dei controlli. Il video risulta, attualmente, non rimosso ma ad accesso riservato. Segno che la diffida a rimuovere il video non è stata inviata a Youtube (la quale nei casi di violazione di copyright sospende l’account utente o, comunque, rimuove il video) con un cease and desist basato sul DMCA americano, ma direttamente agli interessati, come affermano in questo post, attraverso “la concessionaria italiana”.

Il diritto d’autore su internet è stato, sinora, la croce dei soli utenti che bene o male provano a utilizzare le piattaforme di publishing tipo i blog e che si devono guardare da utilizzare contenuti altrui, siano essi musiche o immagini o altro. La considerazione più ovvia è che se un file è su internet si può usare come ci pare e piace. Ebbene, non è così, e alcuni sono costretti ad impararlo a proprie spese.

Per adesso il caso è circosritto a dei ragazzi in buona fede che hanno creato il video da soli, ma l’ingresso di soggetti “istituzionali” specie politici nei circuiti del web ha, sotto questo aspetto, certamente un risvolto positivo: se faranno errori nel senso di non rispettare i diritti sulle opere tutelate, il dibattito sulla libertà di espressione in rete avrà maggiore rilevanza e, chissà, forse anche in sede legislativa si riusciranno ad evidenziare anacronismi e storture.

Sempre per tornare all’inventore del meme politico-elettorale, già un anno fa su questo blog parlavamo dell’apertura di Obama nei confronti del diritto d’autore con la sua richiesta di rilasciare sotto licenza Creative Commons i video dei dibattiti presidenziali del partito democratico. Uno dei tanti segni della lungimiranza del candidato, che aveva all’epoca sottolineato l’importanza di internet come strumento di democrazia partecipativa, e che ben si trasfonde nel video di  “Yes we can”, basato interamente sulle parole di Obama pronunciate nel New Hampshire. E’ vero, Obama ha avuto gioco facile perché addirittura Will.i.am ha musicato il discorso e prodotto il video utilizzando attori di calibro: il buon risultato era scontato. E’ troppo per ragazzi giovani appartenenti ad un circolo di partito, ma non pretendiamo tanto. Solo che anche i nostri politici abbiano presente che se anche loro iniziano a utilizzare la rete, il diritto d’autore diventa una issue: un problema che, se non pongono rimedio, devono porsi. Esattamente come noi.

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Paulthewineguy, il Corriere e il diritto morale a vedere riconosciuta la paternità dell’opera su Internet

Understanding art for geeks è una serie di immagini ideate da Paulthewineguy che, attraverso un sofisticato gioco di rimandi e citazioni di opere dell’arte classica e della normale psicopatologia della vita quotidiana dell’utente Internet, raccontano l’arte attraverso simboli noti solo a chi la rete la usa. La serie brilla per intelligenza e humour, e così chi conosce il movimento der blaue reiter e ogni tanto ride dei lolcats può godere di questa immagine, mentre chi usa twitter si riconoscerà in questa, e chi si danna quotidianamente con word vorrà uno screensaver come questa o questa.

Oscar Wilde lo avrebbe citato come chiaro esempio della funzione del critico come artista nell’omonimo saggio: il simbolo artistico spiega quello geek e viceversa. Una goduria di rivelazioni per chi cova entrambe le passioni, insomma, e una sciarada affascinante per chi si perde il piacere di una delle due.

Le cose, in questo momento storico, succedono nei tumblr: è da li che io ed altri abbiamo scoperto la serie di Paul, che poi è approdata su Flickr e da li su Slashdot, Drawn, Laughingsquid e il Corriere della sera. Ma mentre i siti americani citano Paul come autore, o almeno mettono un link alla serie su Flickr, il Corriere della sera perde l’occasione di onorare nel web la tradizione sul droit d’auteur dei paesi di civil law (tra cui l’Italia, ovviamente) di riconoscere il diritto morale alla paternità dell’opera, e pubblica alcune immagini della serie senza citare l’autore nè mettere un link. Eppure, candidamente, nelle didascalie sono stati ricopiati i titoli esatti delle immagini e si legge che la serie è stata genericamente trovata su Flickr.

Vediamo quali diritti il Corriere ha violato ripubblicando la serie di Paul senza attribuirgli neppure un link, divertendoci ad ipotizzare le conseguenze.

Articolo 20, comma 1 della Legge sul diritto d’autore:

(…) l’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.

Il diritto alla paternità è inalienabile e perpetuo, il che vuol dire che sopravvive alla durata dei diritti di sfruttamento economico ed è irrinunciabile tramite contratto. In pratica citare la fonte in modo corretto è un diritto che l’autore o i suoi eredi o, in mancanza di questi, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, possono fare valere in qualsiasi momento e a prescindere da accordi contrattuali. Flickr, in modo particolare, permette una citazione esemplare dei diritti morali: c’è l’account utente che identifica l’autore (ricordiamo che lo pseudonimo è protetto al pari del nome quando notorio e atto ad identificare univocamente la persona ex art. 9 c.c.), l’immagine ha un titolo, il sistema fornisce la data di upload e altri exif data relativi all’immagine. Nessuna scusa, quindi: i dati per citare corretamente la fonte ci sono tutti. Procediamo.

Art. 13 della Legge sul diritto d’autore

1. Il diritto esclusivo di riprodurre ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell’opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l’incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia ed ogni altro procedimento di riproduzione.

Il Corriere ha violato questo diritto, infatti non ha semplicemente linkato da Flickr le immagini di Paul, le ha copiate e caricate sul suo server operando, di fatto quello che può essere definita come “riproduzione abusiva”, senza il consenso dell’autore cioè. Ma non finisce qui.

Art. 16, comma 1 della Legge sul diritto d’autore

1. Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell’opera ha per oggetto l’impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radiodiffusione, la televisione ed altri mezzi analoghi, e comprende la comunicazione al pubblico via satellite e la ritrasmissione via cavo, nonché quella codificata con condizioni di accesso particolari; comprende altresì la messa disposizione del pubblico dell’opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

L’autore ha il diritto esclusivo di rendere pubbliche le proprie opere attraverso i mezzi di comunicazione a distanza, Internet compresa. è il solo che può autorizzare gli altri a farlo.

Da qui a cercare ipotesi di reato il passo è breve. Ma Paul non è una major né è protetto da un editore, e ha saggiamente licenziato le proprie immagini con una licenza Creative Commons di tipo attribution, non commercial, share alike (nel blog/tumblr è la 3.0 “unported”, nel Flickr è la 2.0 ma la sostanza non cambia). Vuol dire che ha permesso la circolazione dell’opera (riproduzione e comunicazione al pubblico) a patto che la fonte venga citata e la licenza venga riportata nelle successive circolazioni dell’opera, e sempre che ciò avvenga per scopi non commerciali. Ha inoltre permesso di modificare le proprie immagini a condizione che le modifiche vengano poi rilasciate con la stessa licenza.

Sul diritto morale a vedersi riconosciuto autore, protetto a prescindere dalla clausola “Attribution” della licenza Creative Commons, il Corriere ha commesso una palese violazione. Senza indulgere nella fantagiurisprudenza, l’aspetto è duplice: contrattuale ai sensi della licenza, e extracontrattuale ai sensi dell’art. 20 citato.

Riguardo gli altri termini della licenza, sarebbe interessante analizzare la questione sull’utilizzo non commerciale o meno. Corriere.it è ad accesso gratuito, ma accanto allo slideshow appare una pubblicità in flash e firefox mi ha bloccato 7 pop-up. Mutatis mutandis, sarebbe come se una rete televisiva privata, che vive di sola pubblicità e non di canone di abbonamento, mandasse in onda un filmato da Youtube rilasciato con analoga licenza all’interno di un telegiornale o di un qualsiasi programma, e fuori dal diritto di cronaca, solo a fini di intrattenimento. E’ ancora utilizzo non commerciale o no? Ad interpretare in modo stretto i termini contrattuali della licenza Creative Commons e la fattispecie concreta la risposta porterebbe ad affermare che un fine commerciale esiste, e si riscontra nell’associare pubblicità ad un contenuto per cui non si è pagato e dove il diritto di cronaca è scarsamente ravvisabile. La storia delle immagini, infatti, non è contestualizzata dal Corriere.

E’ buffo che, per una volta in cui è un autore italiano sinora sconosciuto a creare qualcosa che, seppur solo su Internet (almeno per adesso), è innovativa, virale, esportabile ed apprezzata oltreoceano, proprio una testata giornalistica ignora che è questa la vera notizia e si appropria indebitamente delle immagini.

Il Belpaese.